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  • L’indagine sui Best Workplaces

\ L’Happiness Manager

Nell’organigramma aziendale, tra le funzioni che si moltiplicano e si rinnovano, nasce l’Happiness Manager, il dirigente che si fa carico del “benessere” dei dipendenti e della qualità della vita in azienda

La “felicità” può essere un modello di organizzazione aziendale? A detta di molti studiosi del comportamento sì, tanto che nelle aziende dove il benessere dell’individuo e del gruppo di lavoro sono posti in primo piano l’assenteismo e il turn over si riducono in modo drastico. Un buon ambiente lavorativo può, inoltre, aumentare la customer satisfaction fino al 47% e la produttività fino al 27,8%. Non a caso, quindi, alcune aziende statunitensi hanno creato la figura dell’Happiness Manager, così come in Francia esistono i Wellness Manager: professionisti il cui ruolo è fare tutto il possibile per eliminare disagi e facilitare la vita in azienda.
Questo tipo di approccio, tuttavia, non è una novità. Neanche in Italia. Nel 2001, infatti, Giacomo Manara, direttore delle risorse umane di H3G, sottolineava che “il valore professionale rischia di essere esclusivamente economico, con il pericolo di condurre solo trattative da mercenari. Questa tendenza si combatte dando valore alla persona come essere umano. La nostra idea è che le persone valide ne attraggono altre e conduciamo una valutazione a 360 gradi sul candidato, dove il parere del futuro “capo” con cui lavorerà conta al 25%”. In questo tipo di approccio si rimarcava anche la necessità di “trattenere e motivare le risorse umane che hanno competenze preziose e per questo sono blandite con ogni mezzo dai concorrenti, e per accaparrarsi i giovani dagli alti potenziali”, dando quindi alla soddisfazione del personale un’importanza strategica nella competizione sul mercato.
La stessa filosofia è stata adottata in questi anni da altre aziende, proprio con l’inserimento di un manager che si occupa del tempo degli altri colleghi, di creare soddisfazione e di proporre nuovi percorsi di carriera più adatti e più confacenti al carattere e alle attitudini di ogni lavoratore, allo scopo di ricostruire legami fiduciari tra i dipendenti e l’azienda, la comunità intra-aziendale e il territorio esterno. L’Happiness Manager rende piacevole la vita aziendale del lavoratore e fa in modo che non entri in conflitto con quella privata; agisce su elementi apparentemente futili come migliorare la qualità e la temperatura dell’aria”, mettere piante nelle stanze, variare il menù della mensa o non rendere sempre obbligatorio l’uso della cravatta: azioni che hanno un riverbero positivo sulle prestazioni dei dipendenti e il benessere collettivo.
Questa particolare sensibilità al “fattore umano” costituisce anche un confronto diretto con le attitudini del singolo lavoratore. Una chance non da poco, dato che nella formazione dei team è importante non solo accaparrarsi i profili interessanti ma anche utilizzarli al meglio. Inoltre, in tempi di mutazione veloce dello scenario e di ristrutturazione di alcuni business, significa anche creare occasioni di outplacement interno a seconda delle esigenze aziendali.
Al di là dell’utilizzo di una figura professionale specifica, comunque, il miglioramento del clima di lavoro è indispensabile affinché l’azienda sia vissuta come luogo di incontro tra uomini e idee.

L’articolo contiene i seguenti contributi:

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